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Deportato politico a Mauthausen

In lager

La mappa riporta le tappe della deportazione di Marcello a Mauthausen

“Il coccodrillo è verde”, … “Martino non parte”, … “Beatrice ti saluta”; Giugno 1944, Marcello ha da poco compiuto 14 anni, ma questo non è un gioco di parole di quelli che si fanno a inizio estate tra adolescenti  sul far della sera; no Marcello, nonostante i suoi 14 anni, ascolta radio Londra, il suo compito è quello di intercettare i messaggi in codice trasmessi e capire quando avrà luogo il prossimo lancio di paracadutisti alleati.
Mario Martini il padre di Marcello, nome di battaglia “Niccolai”, è il comandante militare del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) di Prato, collabora con Radio Cora e coordina da terra, assieme all’amico Guido Focacci, nome di battaglia  “Tenente Colombo”, esperto di aviazione, i lanci notturni di paracadutisti alleati, in genere radiotelegrafisti.
Così, nel Giugno del ’44, Marcello è un partigiano e partecipa attivamente alla Lotta della Resistenza; l’8 Giugno prende parte ai preparativi per il lancio di un radiotelegrafista sulle colline di Cerreto, una  frazione di Montemurlo, nel pratese; ma proprio questa azione segnerà la fine della sua breve esperienza di partigiano e l’inizio della sua drammatica esperienza di deportato politico, la mattina del 9 Giugno sarà infatti arrestato assieme al padre, alla madre, alla sorella e al radiotelegrafista, Franco, lanciatosi la sera precedente.
Mario Martini, nel trambusto generale, riuscirà a fuggire, Franco sarà presto fucilato assieme ad altri tre radiotelegrafisti lanciatisi qualche giorno prima, Marcello finirà nel carcere delle Murate  a Firenze mentre la madre e la sorella nel carcere di Santa Verdiana, sempre a Firenze.

13 Giugno 1944, nella notte, un autobus arranca lungo il valico appenninico che da Firenze porta a Bologna, su quell’autobus Marcello assieme ad altri prigionieri, sorvegliato da uomini delle SS,  viene condotto alla volta di Fossoli, una località vicino a Carpi, nel modenese, dove sorgeva un campo di raccolta per deportati politici ed Ebrei in transito per i lager nazisti.
All’alba del giorno seguente Marcello giunge al campo di Fossoli dove viene interrogato da alcuni prigionieri politici,  viene rasato e gli viene fornito un piccolo pezzo di stoffa, con sopra scritto un numero di matricola, che egli stesso dovrà provvedere a cucire sopra il maglione blu, quello che zia Maria gli aveva inviato assieme ad altri pochi effetti personali in carcere alle Murate.
Uno spazzolino da denti, un tubetto di dentifricio, un portafogli con documento di riconoscimento, 2000 lire, una piccola roncola pieghevole e un temperino costituivano gli unici averi di Marcello a Fossoli.
I due coltellini erano per lui preziosi ed inseparabili strumenti, appassionato di aerei, Marcello trascorreva il tempo libero a realizzarne modellini in scala intagliando piccoli pezzi di legno di recupero, fiore all’occhiello della sua collezione: il quadrimotore Piaggio P108.
Una bella passione che da qualche tempo condivideva con l’amico Guido, il “Tenente Colombo”, esperto pilota di trimotori S79 e quadrimotori Piaggio P108; ma questa passione non sarà l’unica cosa che Marcello condividerà con Guido, infatti: “Un giorno uscendo nello spiazzo antistante la baracca vidi concretamente l’esempio dell’Ecce Homo, un uomo cioè con la faccia tanto livida e gonfia da renderlo quasi irriconoscibile, con una mano slogata, la sinistra, e la schiena ridotta ad un indecifrabile geroglifico di colore bluastro.
Queste erano le conseguenze di tre giorni di torture inflitte dalla famigerata Banda Carità nella Villa Triste di Firenze.
L’aver riconosciuto Guido e l’averlo accanto mi fecero sentire non più solo, finalmente ero con qualcuno che conosceva tutta la mia famiglia e anche se era molto mal ridotto dal punto di vista fisico costituì per me un grande elemento di forza.

La mattina del 21 Giugno del ’44 Marcello e Guido vengono condotti alla stazione di Carpi, lì, assieme ad altre 473 persone, vengono fatti salire su carri bestiame a bordo dei quali, dopo lunghe ore di attesa, partiranno per destinazione ignota.
Fossoli, come ricorderà Marcello, tutto sommato, se pur traumatica non era stata un’esperienza particolarmente terrificante, tant’è che alcuni erano arrivati a sperare di potervi rimanere, sia pure in prigionia, così una volta saliti su quei vagoni, considerato che le stesse SS, prima di lasciare il campo, avevano minacciato di fucilare dieci prigionieri per ogni prigioniero fuggito, lo smarrimento e la paura dovevano aver preso a dominare gli animi: “Gli avvenimenti che si erano succeduti nei giorni precedenti li avevo vissuti quasi con un senso di distacco, come se fossero proiettati su uno schermo ed io fossi un semplice spettatore. Eppure ero stato più volte minacciato con le armi e sapevo benissimo che non era un gioco. Questa volta era diverso. Sentivo, e come me tutti gli altri, che era in gioco la mia vita; mi faceva veramente stare male l’idea di finire crivellato dalle pallottole in una sperduta valle alpina. … In «Per chi suona la campana» Hemingway ha descritto magistralmente l’odore laido della paura, ma non che cosa si prova: io mi sentii completamente vuoto dentro e quasi immerso in un liquido viscoso che pareva limitare o rendere lentissimi i movimenti del corpo.“.
Il viaggio fu terribile, non solo a causa della costante sensazione di pericolo, ma anche a causa delle condizioni disumane con cui si svolse, per l’intera durata non erano state fatte distribuzioni di cibo e per sostenere le proprie forze, Marcello e i suoi compagni, poterono contare esclusivamente su qualche provvista di frutta, loro donata, in un gesto di solidarietà, dai contadini di Carpi, che di nascosto avevano fatto salire sui vagoni alcune cassette di ciliege, di albicocche e di pesche.
Dopo tre interminabili giorni, il 24 di Giugno il convoglio entrerà nella buia e desolata stazione di Mauthausen, nell’alta Austria.

Al sommo della salita mi colpirono due cose: un chiarore sempre più netto che mi permise di distinguere chiaramente tutta una serie di lampioni che illuminavano sequenze interminabili di filo spinato che circondavano baracche buie e silenziose. A differenza di Fossoli il filo spinato era fissato ad isolatori di porcellana bianca: era evidentemente percorso da corrente elettrica. E poi un acre odore di carne bruciata si spandeva tutt’intorno provenendo da un alto camino situato all’interno del campo, dal quale si alzava una lingua di fuoco sormontata da un pennacchio di denso fumo nero. Due tozze torri ai lati di un pesante portone ci apparvero all’improvviso. Il portone si aprì lasciando passare la nostra colonna e si chiuse dietro di noi con un tonfo sordo: eravamo entrati nel Konzentrationslager di Mauthausen.“, da li a poco Marcello, ancora ignaro di essere giunto nell’unico lager di terzo livello del sistema concentrazionario nazista, riservato agli irriducibili e campo di sterminio dall’Aprile del ’42, avrebbe cessato di essere Marcello, un adolescente di 14 anni e sarebbe diventato lo “Stuck”, il pezzo, 76430.
Dopo lunghe ore di interminabile attesa, ammassati alla meno peggio nel piazzale di fronte a quello che sarà poi soprannominato il “Muro del Pianto”, i prigionieri vennero fatti spogliare e furono condotti in uno stanzone dove furono sottoposti a una serie di docce dove all’acqua calda venivano alternati getti prolungati di acqua gelida, ai lati della stanza altri prigionieri, integrati nel sistema gerarchico del campo, armati di spezzoni di tubo di gomma, con energiche frustate sospingevano di nuovo verso i getti d’acqua fredda quelli che tentavano di allontanarvisi.
Terminato questo trattamento, fu la volta del barbiere: tutti furono completamente rasati e depilati; in ultimo tre individui, probabilmente con competenze mediche, passavano in rassegna i nuovi arrivati, ispezionata bocca e genitali, decidevano della loro sorte.
Poi a ciascun prigioniero venne data una camicia e un paio di mutandoni bianchi e azzurri, con cui finalmente coprire le nudità, per essere infine assegnato alla propria baracca.
A Mauthausen le condizioni di vita erano parecchio dure, specialmente per un adolescente, fortunatamente, Marcello, poteva contare sulla solidarietà di alcuni compagni, tra cui egli ricorda, oltre naturalmente a Guido: Enzo, Elio, Sergio e D.C..
Enzo, dal sotto-campo di  Wiener Neustadt, riuscirà a seguire Marcello anche in quello di Hinterbrühl continuando a sostenerlo e aiutarlo per tutto il tempo della prigionia.

Trascorso circa un mese dall’arrivo a Mauthausen, Marcello assieme a Guido e a Enzo,  a bordo del consueto vagone bestiame, sarà trasferito alla fabbrica lager della Rax Werke a Wiener Neustadt, dove diventerà a tutti gli effetti schiavo del Terzo Reich.
Nonostante la sua giovane età, dopo pochi giorni di consegne leggere, sarà assegnato a una delle squadre di assemblaggio; alla Rax Werke si producevano battelli e tender per il trasporto di materiale bellico.
A Wiener Neustadt l’esperienza di Marcello si fece ben presto più difficile, diversi episodi drammatici occorsero durante la sua permanenza lì, un giorno, durante una visita ispettiva, un tenente delle SS “sorprese un francese che stava assaporando un minuscolo mozzicone di sigaretta, chissà come racimolato. Si avventò sul malcapitato percuotendolo con calci e pugni per un tempo che ci parve infinito! Terminato il pestaggio il tenente mi passò accanto; per tutta la durata del pestaggio avevo continuato a lavorare fingendo somma indifferenza, del resto non avrei potuto fare altro! Per un attimo i nostri sguardi si incontrarono, e questo fu sufficiente per scatenare la furia della SS: immediatamente mi appioppò un terribile violentissimo schiaffo in pieno volto; il colpo giunse così inaspettato che caddi all’indietro, se non mi avessero trattenuto alcuni compagni sarei precipitato da un’altezza di almeno quattro metri sul pavimento ingombro di attrezzi e blocchi di cemento con conseguenze facilmente intuibili!“.
Non mancarono però, anche in questo periodo, episodi di solidarietà: Marcello un giorno rimase vittima di un incidente sul lavoro, un chiodo rovente, di quelli che venivano usati per  l’unione delle lamiere del fasciame delle imbarcazioni, gli si incastrò tra la tomaia dello zoccolo e il piede nudo procurandogli una grave ustione, in seguito, ricoverato in infermeria, fu assistito e confortato, con le attenzioni che si darebbero ad un figlio, per circa due mesi dai diversi componenti dell’equipe medica, tanto che Marcello in seguito ricorderà il Revier di Wiener Neustadt  come un “luogo meraviglioso“.

19 Dicembre 1944, “Dopo l’appello fummo ricondotti in baracca, con l’ordine di attendere in piedi nuovi ordini. Non avendo ancora lavorato, ci informarono che non avremmo mangiato, e rimanemmo digiuni per l’intera giornata. A metà pomeriggio ci fecero uscire nuovamente sul piazzale, facendoci allineare e sottoponendoci al solito rito del sincrono levare e rimettere il berretto. Ci fu anche il discorso di un sergente delle SS, dal chiarissimo significato: eravamo lì solo per lavorare per la grandezza della Germania, che per pura magnanimità ci permetteva di vivere, ma solo per produrre, dato che noi eravamo la feccia dell’umanità, banditi, sovversivi, antisociali; lui stesso sarebbe stato felice di ucciderci uno ad uno, qualora si fossero verificate defezioni sul lavoro, o peggio, atti di sabotaggio. A conclusione di questo cordiale discorso di benvenuto, aggiunse che essendo stati tutto il giorno senza far nulla, dovevamo fare un po’ di ginnastica. Ci fece accoccolare a gambe larghe con le mani a terra e ci ordinò di saltare imitando i ranocchi, percorrendo tutto il perimetro del piazzale. Naturalmente nell’esecuzione di questo esercizio eravamo aiutati da alcuni volenterosi assistenti dei Kapos che con tubi di gomma o con pezzi di cavo elettrico, staffilavano i più lenti o quelli che non saltavano sufficientemente lungo. “.
Così trascorse la prima giornata di Marcello nella sua nuova destinazione, il sotto-campo di Hinterbrühl, la fabbrica lager sotterranea della Heinkel composta da due gallerie una a 20 e l’altra a 30 metri sotto terra, dove venivano realizzate fusoliere per aerei a reazione, con i quali la Germania contava ancora di vincere la guerra.
Una ripida e angusta scala conduceva alle gallerie, ogni giorno durante il cambio turno, veniva percorsa da almeno quattrocento o cinquecento persone contemporaneamente, i Kapos si piazzavano in cima, in fondo, e nei pianerottoli intermedi e gratuitamente, assestavano a tutti i deportati violenti colpi di tubo di gomma o di cavo elettrico, questo sarà ricordato da Marcello come uno dei momenti più drammatici della giornata.
Intanto il fronte si stava sempre più avvicinando con  l’intensificazione dei bombardamenti, lunghe interruzioni di corrente elettrica e difficoltà maggiori nel reperimento delle materie prime; anche il lavoro si era fatto più faticoso con l’aumento della produzione da una a due fusoliere al giorno; tra i deportati inizia a diffondersi il timore che presto le SS, per eliminare ogni traccia, avrebbero allagato le gallerie.

Ma all’alba del 1 Aprile del 1945, radunati sul piazzale del campo, i deportati ricevettero due pagnotte a testa e l’ordine di prelevare una coperta dai propri giacigli, infine, ignari della dura esperienza che li attendeva, poterono provare un senso di sollievo alla notizia che sarebbero tornati a piedi a Mauthausen.
Nessuna traccia doveva rimanere del sistema concentrazionario nazista, così, al momento della partenza, tutti i deportati inabili, furono uccisi con una iniezione di benzene nel cuore; avvolti in grandi teli di carta e disposti a bordo di carri, che i deportati in marcia avrebbero dovuto tirare, sarebbero stati sepolti lontano dal campo.
Così ebbe inizio la Marcia della Morte, una marcia di oltre 200 km, durante la quale furono uccisi almeno 200 deportati ormai stremati delle forze, così funzionavano queste marce, ogni prigioniero che cadeva o dava segno di evidente stanchezza veniva prontamente ucciso con un colpo alla nuca.
Dopo 8 giorni di terribili sofferenze fisiche e psicologiche, Marcello ricorda così l’arrivo a Mauthausen: “Nel primo pomeriggio si cominciò a sentire nell’aria il classico odore di carne bruciata del crematorio, percorremmo l’ultima salita, e superato il Campo Russo, apparve il tetro portone del campo di sterminio di Mauthausen. Mi pervadeva una mortale stanchezza, che offuscava ogni ragionamento; sapevo che, dopo aver varcato il portone, potevo essere inviato alla camera a gas, ma finalmente non dovevo più marciare e soprattutto non dovevo più vedere morire i miei compagni! Un incubo era comunque finito! Eravamo seduti a terra di fianco alla baracca nei cui sotterranei avremmo rivissuto forse la procedura dell’immatricolazione; eravamo inebetiti in attesa del nostro destino. ”

Per i deportati che giunsero vivi a Mauthausen si ripeté nuovamente l’iter di ingresso con le 24 ore di attesa nel cortile, il rito delle docce con acqua calda e fredda, la rasatura.
Gli ultimi giorni che Marcello trascorse a Mauthausen furono certamente i più difficili, le condizioni fisiche e psicologiche dei deportati, dopo la Marcia della Morte, erano ormai disperate, mano a mano che i giorni passavano le razioni di cibo si fecero sempre più scarse; il forno crematorio lavorava a pieno ritmo, tutti conoscevano il proprio destino: l’uscita da Mauthausen sarebbe avvenuta attraverso il camino.
In quei giorni la vita a Mauthausen non aveva certo molto valore, la morte era ovunque in agguato. Il camino del crematorio fumava in continuazione, e l’odore di carne bruciata ammorbava l’aria che un numero sempre più esiguo di noi deportati respirava.“.
Poi un giorno Marcello sente intonare a mezza voce dai suoi compagni l’Internazionale, non ci sono rappresaglie, capisce che qualcosa sta cambiando; il 5 Maggio del 1945: “Incerto e un pò timoroso mi avviai verso l’Appellplatz che pullulava di compagni e, non so come, mi ritrovai sul tetto della baracca n. 1.
Proprio in quel momento faceva il suo ingresso in campo il primo automezzo americano circondato da deportati che urlavano di gioia.
I due americani che scesero dal veicolo furono letteralmente sepolti dalla folla: in quel momento magico tornavamo ad essere UOMINI

– Tra il 1943 e il 1945 furono registrati a Mauthausen 8300 italiani, il 5 Maggio del ’45 ne erano rimasti in vita poche centinaia. –

Tutte le citazioni nel testo sono tratte da:
Un Adolescente in Lager
Ciò che gli occhi tuoi hanno visto

Marcello Martini
Giuntina 2007